La prima vera sfida.
Capitolo II – Parte III
Le protezioni erano ingombranti, fastidiose e limitavano i suoi movimenti, ma era comunque abbastanza fiducioso: dopotutto, la porta di un campo da hockey era notevolmente più piccola e per parare poteva anche contare sul bastone o sul suo stesso corpo; dopotutto, l’armatura era fatta apposta. Il primo tiro, però, entrò in rete agevolmente, così come il secondo, il terzo e i successivi; provò a “uscire dai pali” ma si ritrovò di nuovo faccia a faccia col ghiaccio, sepolto da uno dei due colossi, mentre l’altro andava tranquillamente a segnare a porta vuota. Il facente funzioni di coach gli consigliò, sbraitando, di non mettersi a provare cose di cui non era capace, invitandolo a restare al suo posto.
Il puck non era esattamente un pallone da calcio, più piccolo, duro, e dannatamente più veloce: poteva tranquillamente ammettere che, la maggior parte delle volte, non riusciva nemmeno a vederlo. Gli scambi e i passaggi tra i giocatori di movimento erano rapidi, quindi era inutile cercare di seguire gli spostamenti del dischetto; perciò, da portiere, si limitò a fare, perlomeno, ciò di cui era davvero capace: osservare il gioco e usare l’intuito per prevedere la direzione dell’azione, per poi cercare di anticipare le mosse degli avversari. Poco a poco, infatti, passò dal nulla a riuscire a deviare parecchi tiri e poi anche a bloccarne qualcuno, sebbene, ogni volta, gli costasse un duro impatto col freddo pavimento, dato che non poteva attutire il colpo rotolando su se stesso come faceva sulla soffice erba.
Quello che ormai Genzō aveva stabilito dovesse essere il Capitano non partecipava in modo diretto alla partita, ma si limitava a seguire il gioco dei compagni da bordo pista, dirigendo le tattiche, correggendo le posizioni e suggerendo le azioni. In alcuni casi, invece, interveniva direttamente per bloccare prontamente uno schema d’attacco troppo prevedibile oppure per far rilevare un’inefficienza nelle maglie della difesa. Nei suoi riguardi si limitava a ripetergli di essere più rapido nelle reazioni, ma, soprattutto, gli ricordava continuamente che si trovavano in un rettangolo bianco e non verde.
Dopo un tempo che a lui era parso eterno, finalmente fischiò stabilendo che la partita era finita. L’evidente sollievo dell’esausto nuovo arrivato era però destinato a essere disilluso, perché gli allenamenti non erano ancora esattamente terminati del tutto: era arrivato, infatti, il momento dei tiri in porta. Un lampo di puro panico lo attraversò, ma fu solo un attimo; si riprese immediatamente ripetendosi, orgogliosamente, che, insomma, era l’S.G.G.K.: il portiere che parava i rigori…
Una prima serie di lanci gli sfrecciò pericolosamente vicino senza riuscire a deviarne nemmeno uno; i giocatori sfilarono uno via l’altro in rapida successione, senza dargli neanche il tempo di rimettersi in posizione, finché, a un certo punto, il ragazzo, scuotendo la testa, non li interruppe – Novellino, l’obiettivo dei tiri liberi è piuttosto banale: li devi parare. – La sua innata determinazione e l’orgoglio di portiere ferito lo riscossero ~ Non mi arrendo così facilmente! ~
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